Bargnani, sulla Virtus Roma un attacco scorretto e fuori luogo

Bargnani, sulla Virtus Roma un attacco scorretto e fuori luogo

Leggiamo oggi su Il Messaggero, con dichiarazioni successivamente riprese da numerose testate, alcune considerazioni di Andrea Bargnani che riteniamo quantomeno fuorvianti.

Questo l’estratto:

«Tanti tifosi della Virtus non si riconoscevano nella Virtus 1960. Oggi leggo tanti commenti su queste due squadre e in parte li comprendo. Nel 1994 fu la stessa Virtus Roma a comprare un titolo e chi ha subito questa operazione non è stato certamente felice».

Partiamo da un presupposto: acquistare e trasferire un titolo sportivo è un’operazione lecita e largamente utilizzata nella pallacanestro italiana. Le eccezioni, ormai, si contano quasi sulle dita di una mano.

Le operazioni che hanno portato alla nascita di Maxima Roma e BC Roma sono dunque perfettamente legittime. Chi in passato ha acquistato titoli di categorie inferiori, anziché di Serie A, lo ha fatto semplicemente perché non disponeva delle risorse e delle coperture necessarie per sostenere un’operazione di livello superiore.

Per l’acquisizione della Pallacanestro Brescia da parte di Paul Matiasic si parla, senza conferme ufficiali, di una cifra superiore ai sei milioni di euro. Mettere in piedi un progetto del genere richiede evidentemente una forza economica considerevole.

Ridurre però tutto al concetto secondo cui «anche la Virtus Roma comprò un titolo» ci sembra scorretto e privo della necessaria contestualizzazione.

Perché, allora, non ricordare anche il caso ben più celebre della Virtus Bologna?

Nel 1994 la Virtus Roma, appena retrocessa, acquisì attraverso una fusione il diritto sportivo dell’Aurora Desio, promosso in Serie A1. Senza quell’operazione, Roma non sarebbe scomparsa dalla geografia del basket italiano, ma avrebbe disputato il successivo campionato di Serie A2.

La situazione della Virtus Bologna nel 2003 fu molto diversa: la società venne esclusa dai campionati e Claudio Sabatini acquisì il Progresso Castel Maggiore, che militava in Legadue, trasformandolo prima in FuturVirtus e successivamente nella nuova Virtus Pallacanestro Bologna. Senza quell’operazione, il nome Virtus sarebbe scomparso dai campionati professionistici e sarebbe ripartito a livello regionale dal primo campionato utile disponibile.

L’acquisizione di titoli sportivi ha riguardato moltissime realtà della pallacanestro italiana: Brescia, Cremona, Trieste, Napoli, Verona, Treviso e Trento, oltre a numerose società passate o presenti nelle categorie inferiori, tra cui le più celebri Sassari, Fortitudo Bologna, Pesaro, Rieti, Avellino e Libertas Livorno.

Non ricordiamo negli ultimi anni particolari prese di posizione di Bargnani sulle vicende del basket romano. Intervenire proprio adesso, richiamando esclusivamente il precedente della Virtus Roma e dimenticando casi altrettanto o persino molto più significativi, appare quantomeno una scelta comoda e selettiva.

La sensazione è che l’acquisto dei titoli sportivi venga accettato tra gli appassionati e addetti ai lavori quando riguarda altre città, mentre diventi improvvisamente un problema quando accade a Roma.

E su questa narrazione non siamo assolutamente d’accordo.

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